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Rassegna Stampa
Le ricerche dell'ARES 2000 sui mezzi d'informazione
La
Repubblica - Affari e Finanza 23 aprile 2001
RC auto, le compagnie si rifanno
sui “buoni”
Una analisi dei recenti aumenti dimostra che non sono stati dettati dalle regole
di mercato
Il ministro Letta ha preso
la benemerita iniziativa di diffondere tramite Internet le tariffe assicurative
RC auto praticate da diverse compagnie rilevate dall'Isvap. I dati, oltre a confermare
molti fatti noti, suggeriscono qualche riflessione sulla struttura del mercato
assicurativo in Italia. Tutti sapevano che è molto più costoso assicurarsi
in una grande città, piuttosto che in provincia, ma pochi si aspettavano
che i recenti aumenti avessero contribuito ad allargare questo divario. Per il
profilo di minore rischio, corrispondente a quello di un impiegato maschio, quarantenne,
con auto a benzina di 1300 cc e prima classe di merito, le tariffe sono aumentate
in media del 22,7% in due anni, con oscillazioni che vanno dal 16,7% di Aosta
a quasi il 41% di Napoli. In quest'ultima città un automobilista modello
paga in media 1.035.000 lire l'anno, quasi il doppio del suo collega valdostano
e 2,1 volte quello che sborsa un abitante di Campobasso o Potenza. In queste ultime
città gli aumenti si sono limitati, a circa il 20%, contro il 24% di Bologna
ed il 21-22% di Roma, Genova e Firenze, che restano in testa alla classifica delle
città più care per gli automobilisti.
Le cose non cambiano molto per altri due profili di assicurati considerati dall'Isvap,
entrambi più rischiosi rispetto al suddetto prudentissimo padre di famiglia.
Si tratta dei quarantenni che non hanno accumulato nessun bonus a causa di precedenti
incidenti, e degli studenti ventunenni, che sono presumibilmente più scapestrati
di altri guidatori più maturi. In tutti e due i casi la classifica delle
città ordinate per tariffe e per entità degli aumenti cambia poco.
A Napoli resta la palma per i rincari riservati ai ventunenni (12%), mentre Palermo
conquista per un soffio il primo posto per i quarantenni con incidenti (15,3%,
contro il 15% della patria di Totò). Per entrambi i profili Aosta è
scavalcata per un solo decimo di punto da L'Aquila (10,5% per i quarantenni sbadati
e 7,2% per i più giovani). Ancora una volta gli automobilisti napoletani
devono pagare le tariffe più salate: dal 75 al 95% in più rispetto
agli abitanti di Aosta, Bolzano e L'Aquila.
Il fatto che le città più costose per la RC auto abbiano registrato
gli aumenti delle tariffe più consistenti contrasta con l'idea che la competizione
tra le compagnie assicuratrici potesse spingere i prezzi verso il livello più
basso, corrispondente a quello praticato dalle imprese più efficienti.
Nessuno ignora le specificità locali che frenano un simile processo di
riequilibrio, visto che è più facile avere incidenti in una grande
città congestionata piuttosto che in una tranquilla località di
provincia. Tuttavia i dati dell'Isvap rivelano che anche all'interno di ogni singola
città le compagnie più care hanno praticato in genere gli aumenti
più consistenti, e questo è assai più difficile da spiegare.
Se si riportano su un grafico le diverse coppie di tariffe ed aumenti percentuali,
si ottiene una deliziosa nuvoletta di punti disordinati, mentre in un mercato
concorrenziale la stessa nuvola sarebbe stata schiacciata ed orientata verso il
basso.
Concorrenza o confusione?
In effetti la varietà
delle tariffe e dei rispettivi aumenti può essere interpretata in molti
modi diversi. Una delle congetture più stimolanti su questo tema è
stata riproposta recentemente anche dallo stesso Letta. Il ministro si dichiara
ottimista per il fatto che c'è una grande varietà di tariffe per
ciascun profilo di rischio e per ciascuna città, e dove c'è diversità
ci sarebbe un elevato grado di concorrenza tra le compagnie. In realtà,
le forti differenze riscontrate tra le tariffe dimostrano al massimo la confusione
che c'è sul mercato e tra i consumatori. Purtroppo confusione e concorrenza
non sono esattamente la stessa cosa, e qualcuno ha vinto un premio Nobel per l'economia
per aver dedicato la propria attenzione a questa sottile differenza.
Ovviamente, non è facile trarre dai dati sui prezzi conclusioni certe sul
grado di competizione tra le imprese. Sia il buon senso che i sacri testi sulla
struttura dei mercati fanno pensare che dove c'è vera concorrenza il prezzo
è unico, perché nessun consumatore accetterebbe di pagare di più
lo stesso prodotto che altri offrono a meno. Qualsiasi massaia può verificarlo
nel proprio mercato rionale. Sfortunatamente gli stessi sacri testi riconoscono
che il prezzo potrebbe essere unico anche in una situazione di perfetto monopolio.
Come se non bastasse, un'azienda leader potrebbe scegliere di differenziare il
prodotto in modo da farlo pagare di più a chi è disposto o costretto
ad acquistarlo a qualsiasi prezzo. La giungla delle tariffe aeree testimonia una
situazione di questo tipo, in cui lo stesso posto, nella stessa classe e sullo
stesso volo può costare indifferentemente il 50% in più o in meno
a seconda del momento dell'acquisto del biglietto, del giorno di partenza e di
ritorno, ecc.
La diversità tra i prezzi può dipendere anche dalla differente qualità
dei prodotti: ad esempio si paga di più per avere a che fare con una compagnia
che assicura rimborsi più rapidi, trasparenza e correttezza. In altri casi,
le imprese riescono a spuntare prezzi diversi tra loro perché il consumatore
è poco informato e quindi non è in grado di scegliere effettivamente
le condizioni più vantaggiose. Non è solo la pigrizia a consigliare
un simile comportamento al cliente: prendere informazioni costa e quindi talvolta
è preferibile accettare la prima offerta piuttosto che sobbarcarsi una
vera e propria ricerca di mercato fai-da-te. I dati diffusi in rete dal ministero
dell'industria abbassano drasticamente una parte di questi costi, anche se è
si tratta solo del primo passo. Un altro provvedimento utile, ad esempio, sarebbe
quello di abbattere il costo ed il disagio di cambiare assicurazione: raccomandate
e preavvisi rappresentano infatti un deterrente per il più parsimonioso
dei clienti.
Il consumatore è disorientato
Se il prezzo da pagare per acquisire tutte le informazioni necessarie
e per cambiare effettivamente fornitore è troppo alto, il consumatore finisce
per affidarsi all'agenzia più vicina o a qualche conoscente, trascurando
tutte le altre offerte. Così una situazione di potenziale libera concorrenza
degenera in una specie di monopolio locale. Ovviamente per il consumatore l'incentivo
ad intraprendere comunque una ricerca di mercato aumenta con il divario tra i
prezzi praticati, perché è più facile ricevere un'offerta
migliore di quelle iniziali quanto più ampio è il ventaglio dei
prezzi. Se le cose stanno così, la grande varietà delle tariffe
riscontrata dall'Isvap è compatibile solo con una massa di "lacci e laccioli"
che invischiano i consumatori, rendendo ogni scelta difficile e costosa, e che
finiscono per dare alle compagnie assicurative un vantaggio del tutto ingiustificato,
che si traduce in prezzi più alti e servizi peggiori.
Se la varietà delle tariffe non è un indizio di concorrenza e l'unicità
del prezzo non è sintomo di collusione tra le compagnie, allora qualsiasi
economista sarebbe tentato di abbandonare questo tema. Per fortuna i dati messi
a disposizione dal Ministero dell'Industria consentono di seguire un altro approccio.
Se c'è concorrenza le compagnie che praticano tariffe più alte saranno
costrette a diminuirle, mentre quelle più a buon mercato avranno spazi
per aumentarle. Al contrario, in una situazione di collusione nessun fornitore
avrebbe interesse a comportarsi in questo modo e gli aumenti non dipenderebbero
dal divario rispetto alle offerte dei concorrenti. Come si è visto i dati
raccolti dall'Isvap sembrano confermare proprio quest'ultima ipotesi.
Ma le stranezze non finiscono qui. In una situazione di competizione tra le compagnie,
i clienti più prudenti dovrebbero essere contesi a suon di sconti da tutti
gli agenti. Invece, se si esaminano gli altri profili di rischio considerati dall'Isvap,
si vede che gli aumenti sono stati maggiori per i campioni di prudenza quarantenni
che per gli automobilisti meno affidabili. Come dire che le assicurazioni hanno
preferito scaricare soprattutto sui migliori clienti i rincari delle riparazioni
ed il costo delle truffe lamentate da tutte le compagnie. Ma non basta: il ventaglio
delle tariffe rilevate dall'Isvap in ciascuna città ha più o meno
la stessa ampiezza per tutti i profili di rischio e dunque l'incentivo a cercare
una compagnia migliore è più o meno simile per gli appartenenti
a tutti i profili. Ciò significa che le assicurazioni non si sono contese
più di tanto i clienti più prudenti. Al contrario, proprio per i
soliti campioni di prudenza quarantenni le differenze tra i rincari sono risultate
più ampie, come se negli ultimi due anni le assicurazioni fossero riuscite
a segmentare maggiormente il mercato, evitando spostamenti massicci dei migliori
clienti verso le compagnie più a buon mercato.
Enrico D'Elia - ricercatore ARES 2000
Il
sole 24 ore - 7 marzo 2001
Indagine Ares 2000: evasi 5.300 miliardi per il lavoro nero
Gli 800mila immigrati "valgono"
il 3,2% del Pil
Roma. Sono 800mila gli immigrati che lavorano stabilmente nel nostro Paese.
Una cifra ragguardevole , e infatti contribuiscono alla creazione del prodotto
interno lordo per il 3,2%, per un valore annuo di circa 70mila miliardi di lire.
Nel giro di cinque anni è possibile stimare in circa 320mila miliardi
l’apporto degli immigrati. E poi ci sono da tener presente le cifre relative
ai clandestini: la loro mancata regolarizzazione è costata alle casse
dello Stato a vario titolo 5.300 miliardi nel solo 2000, più di 25.000
miliardi nell’ultimo lustro.
I dati sono stati elaborati
dall’Osservatorio Ares 2000, un’associazione di ricerca socioeconomica, che
ha cercato di valutare l’apporto di queste centinaia di migliaia di persone
alla nostra ricchezza. Pochi i dati disponibili, quelli della Caritas e quelli
del Ministero del Lavoro, ma sufficienti per farsi un’idea di massima delle
grandezze macroeconomiche del fenomeno dell’immigrazione. Si parte così
dal fatto che i permessi di soggiorno sono attualmente 1,2 milioni e quelli
per lavoro appunto 700 mila. Considerando i ritardi amministrativi e le vischiosità
al cambiamento si può prevedere che almeno 800mila persone immigrate
lavorino stabilmente nel nostro paese, il 90% dei quali con un rapporto di lavoro
dipendente.
Anche qui però c’è
una discrasia, perché gli iscritti all’Inps risultano essere non più
di 380mila, per il 70% dei quali vengono del resto pagati regolarmente i contributi.
Per questo Ares 2000 considera che almeno 530mila immigrati vengono fatti lavorare
con un rapporto in nero.
Il
manifesto - 7 marzo 2001
LAVORANO "COME NEGRI"
RAPPORTO Gli extracomunitari al lavoro in Italia secondo l’Ares
FRANCESCO PICCIONI
Le stime sono delle statistiche
per approssimazione, ma è difficile essere precisi al centesimo quando
si prova a misurare un fenomeno che presenta così vaste zone d’ombra-per
necessità quasi sempre-come il lavoro degli immigrati. L’Osservatorio
Ares 2000 ha prodotto il suo lavoro di ricerca su "produttività e costi
sociali", in cui prova a quantificare l’apporto dei migranti alla crescita della
"ricchezza nazionale".
Sono stime prudenziali – come vedremo scendendo in qualche dettaglio- ma, proprio
per questo, molto attendibili.
Su un punto il rapporto è chiarissimo:l’esplosione industriale del Nordest
coincide-per tempi, cifre, percentuali-con l’immissione massiccia di lavoro
extracomunitario.
Nel solo Veneto, tra il 94 e il 97, sono stati assunti tra i 2.500 e i 5.000
migranti in più ogni anno. Al punto che ormai il 18,4% degli immigrati
regolarmente occupati in aziende non agricole lavora in Veneto.
Liberazione
Non possono votare, abitano in tuguri ma, rivela l’Ares, contribuiscono notevolmente
a fare il PIL
IMMIGRATI, PRODUCONO 70MILA MILIARDI
(LIBERAZIONE)
Settantamila miliardi di
lire l’anno. Ecco quanto vale il lavoro di 800mila immigrati ,ossia quanta ricchezza
viene prodotta, nel nostro Paese, grazie alle loro prestazioni. Da soli gli
stranieri realizzano il 3,2% del prodotto interno lordo(PIL) e il loro monte-salari
arriva a 18mila miliardi. Peccato che tremila miliardi vadano a finire in affitti
al "nero" e solo 761 miliardi nei paesi d’origine.
Le cifre della produttività degli immigrati sono contenute in un rapporto
reso noto ieri dall’Ares 2000, associazione di ricerca socioeconomica che analizza-in
una prospettiva di trasformazione democratica e di tutela dei soggetti più
deboli-quei fenomeni sociali spesso ignorati dagli enti accademici o istituzionali
o dai grandi media.
www.ares2000.net