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Giù le mani dai beni comuni

di Romano Nobile




Che l'acqua, l'aria, la terra siano beni comuni, gli esseri viventi lo devono aver scritto nel loro DNA.
Mentre per gli animali la cosa è ancora ben chiara, per l'uomo evoluto e moderno il concetto di bene comune è stato offuscato da una serie di disvalori portati dal capitale trionfante, come ad esempio la proprietà individuale, il denaro, il potere,il dogma dello sviluppo. Ma resta lì, quasi come in cantina, non ancora completamente spento, giudicato obsoleto, ma forse ancora con possibilità di essere ritrovato, riemergere contro l'attacco dei barbari del potere economico politico mediatico.
Bene comune non va confuso con bene pubblico o di proprietà pubblica . Gli animali si sentono appartenenti al loro comune territorio. Gli uomini di una antica comunità erano legati, si immedesimavano con la terra , con l'acqua , con il sole, e con i frutti che la terra dava.
.Senza un'organizzazione del bene comune, l'analisi della realtà in cui viviamo ci porta a chiederci come ancora possiamo fare società.
Se privatizziamo tutto, dalle forme di assicurazione a tutti i meccanismi finanziari, quali potranno essere le conseguenze?
Stiamo privatizzando l'acqua, gli ospedali, la scuola, le prigioni, il controllo aereo, l'esercito, la sicurezza. Stiamo vendendo tutto, persino la vita, che non viene più rispettata.
Che cosa di comune ci resta? Che società siamo? Come afferma Riccardo Petrella, "se non siamo più gestori di alcun bene di interesse generale, vengono a cadere tutti i legami, perché non abbiamo più niente in comune. Se si analizza tutto questo si può dire che siamo nel mezzo dell'esplosione dei corporativismi individuali e degli interessi settoriali, con la pretesa di ciascuno di essere portatore di una sovranità e di affermare l'universalità specifica".
La concezione di bene comune è uno schiaffo in faccia al moderno "luogo comune", secondo cui ogni punto del globo è semplicemente un nodo della rete globale degli stati e dei mercati.
"Beni comuni" significa al contrario che le popolazioni locali hanno il diritto di definire la propria rete, le proprie forme di uso dei corsi d'acqua, dei pascoli e delle strade, di decidere delle proprie risorse, di risolvere i conflitti che li riguardano a modo proprio; tradurre le conoscenze nella propria lingua; di considerare la propria casa non solo come luogo dove risiedono merci e persone, ma come luogo insostituibile e unico, da difendere a qualsiasi prezzo.(tratto da "The Ecologist",Whose Common Future?settembre '92). E di rispettare tutti gli esseri viventi , dagli animali agli uomini.
Una definizione onnicomprensiva di bene comune è quella recentemente messa a punto da un gruppo di persone impegnate nella costruzione della Università del Bene Comune, coordinate da Riccardo Petrella. Università che punta a mettere in campo le conoscenze necessarie per la difesa dei beni comuni e la costruzione dell'alternativa.
"Il bene comune è costituito dall'insieme dei principi, delle istituzioni, dei mezzi e delle pratiche che la società si dà per garantire a tutti una vita umanamente decente, assicurare un "vivere insieme" pacifico, conveniente e cooperativo tra tutti, conservare la sicurezza della propria casa, e cioè la sostenibilità dell'ecosistema locale e globale; il tutto tenendo conto del diritto alla vita delle generazioni future. Il bene comune è pertanto la base del benessere della comunità, su cui viene costruito il benessere associativo e il benessere personale. Per ottenere il bene comune, una società deve disporre di beni pubblici, da ridefinire oggi rispetto a quelli degli inizi del secolo scorso. I beni pubblici oggi comprendono sia i beni necessari sia i nuovi settori strategici per la vita delle comunità. Tra di essi: aria, acqua, terre demaniali e foreste, conoscenza, educazione, salute, energia, trasporti pubblici, comunicazione e informazione di base, sicurezza, giustizia, attività finanziarie di base, istituzioni politiche, e sopra tutti la pace"

Il mondo si ribella

Attraverso la lotta contro le privatizzazioni, il concetto di bene comune non può non ricomprendere anche la biodiversità, il cibo, la cultura, l'istruzione,la salute, le risorse, il sapere.
E l'iniziativa per salvare questi beni comuni minacciati o quasi del tutto spariti, non può che venire dal basso. Deve coinvolgere in primo luogo le popolazioni e le istituzioni locali, per cui sembrano contraddittorie e semplicistiche alcune proposte tendenti ad istituire addirittura un Ministero dei beni comuni. Il problema non si risolve con una burocrazia centralista.
Vi sono soprattutto nei Sud del mondo, comunità locali che lottano contro la "recinzione" dei beni comuni. Spesso le lotte riescono a ritardare i processi negativi. Spesso raggiungono il fine che si erano proposti. Come a Scanzano Ionico contro le scorie nucleari, a Cochabamba , in Bolivia,contro la privatizzazione dell'acqua e della luce da parte delle multinazionali (Edison Bechtel), nei ghetti neri del Sudafrica contro i contatori a tempo dell'acqua della Vivendi e per il riallaccio dell'acqua e della luce. E nella Val di Susa contro la TAV,cioè contro la costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità considerata inutile e dannosa all'ambiente ed alla economia della valle. Ma ci sono anche le sconfitte. Basti pensare al caso della diga Narmada Sagar nello Stato indiano del Madhya Pradesh, una delle grandi dighe della Narmada, contro cui le popolazioni locali sono in lotta da 15 anni. Ma presto la nuova diga sommergerà la città storica di Harsud e circa 250 villaggi, una superficie di 91 mila ettari 41 mila dei quali coperti da foreste vergini, beni comuni da sempre. Il tutto per produrre mille megawatt di energia elettrica ai fini della privatizzazione del settore elettrico, e con risultati molto discutibili, come racconta dettagliatamente e appassionatamente Arundhati Roy su Outlook, quindicinale indiano.
Un caso emblematico è rappresentato dalle lotte dei Mapuche( che significa "gente della terra") per tentare di salvare le proprie terre in Patagonia (Argentina) dall'assedio di multinazionali. In particolare Benetton ha comprato in Patagonia poco meno di un milione di ettari di terreno. Questo con la complicità dei governanti che hanno venduto tierras fiscales, terre comunitarie, terre demaniali. Queste terre erano state sempre occupate dai Mapuche, ma il governo argentino disapplica la riforma della costituzione del 1994, che riconosce la preesistenza degli indigeni allo Stato ed a quelli che detengono diritti di proprietà convalidati dallo Stato. E la giustizia civile,approvando la logica di invasione, dice che Benetton possiede un titolo sufficiente di proprietà e non si può dimostrare l'uso ancestrale (come bene comune) di questo territorio da parte del popolo Mapuche. Così le comunità aborigene sono "traslocate" da un giorno all'altro in aree diverse, solo perché le terre demaniali su cui vivono sono state improvvisamente messe in vendita, o perché la scoperta di idrocarburi le rende appetibili alle multinazionali.(cfr. articolo di Alberto Prunetti su IL Manifesto del 30/7/2005).
E che dire di quel che succede in Guatemala dove il governo, con l'appoggio di potenti istituzioni internazionali, ha dato concessioni minerarie(per cercare oro) a una società canadese, che devasterà il territorio avvelenando l'ambiente, mentre ogni opposizione delle comunità indigene che gestivano quelle terre, viene stroncata con violenza.

L'autogoverno

Alle lotte delle comunità locali si è aggiunto da Seattle in avanti un movimento globale (altermondialista o meno correttamente "no Global) di critica radicale del neoliberismo, impegnato soprattutto sul terreno del pacifismo, della difesa dei diritti umani e della giustizia sociale.
Un filone importante è quello del bilancio partecipato che in Italia ha preso il nome di Rete del Nuovo Municipio e si avvale degli studi sul localismo di Alberto Magnaghi e Tonino Perna. Contro la crisi della democrazia delegata e rappresentativa provocata dalla globalizzazione neoliberista, ha preso le mosse a Porto Alegre un movimento che punta a ricondurre direttamente alle comunità locali ed ai cittadini alcuni ambiti di decisioni da sottrarre alle istituzioni della democrazia delegata, riservando una parte del bilancio "comunale" alla scelta diretta degli stessi cittadini.(Giovanna Ricoveri/ Beni comuni tra tradizione e futuro/ editrice EMI)
Se è vero che il "bilancio partecipato" ha avuto in Italia applicazione positiva in diversi municipi, bisogna anche sottolineare che in molti casi i tentativi di democrazia diretta sono rimasti sulla carta. La "partecipazione" dichiarata soltanto a parole, si è scontrata nelle istituzioni con la realtà di operazioni clientelari caratterizzate dalla privatizzazione dei servizi,e dalla sottrazione ai cittadini delle decisioni più rilevanti.
In realtà perché questi diritti di partecipazione si affermino davvero, coinvolgendo, a livello locale, le popolazioni di tutto il mondo, serve una vera e propria rivoluzione culturale, che si preannuncia lunga e difficile, tale da consentire a quei beni comuni relegati in soffitta di rivivere, anche se in nuove forme più adatte al nuovo ambiente ed ai cambiamenti globali.
Rivoluzione culturale che , attraverso il tam tam mediatico di alcuni organi di stampa(il settimanale Carta, i quotidiani Liberazione e Il Manifesto) nonché delle radio libere locali, ha trovato finora un modello da seguire nella lotta degli zapatisti in Chapas (Messico) ispirata alla teorizzazione del comandante Marcos secondo il quale, in sintesi, l'obiettivo non è quello di prendere il potere ma realizzare nella pratica quotidiana della comunità, in conflitto con le istituzioni, un nuovo mondo basato sulla solidarietà e sull'uso comune delle risorse.(governare senza arrivare al potere).
A chi ritiene che attraverso la riaffermazione dei beni comuni si voglia far rientrare dalla finestra il comunismo uscito dalla porta, si può rispondere che se l'affermarsi del concetto di bene comune, presenta analogie con il socialismo, non ha nulla a che vedere con il socialismo reale,e cioè con l'affermarsi di un potere assoluto e del monopolio da parte dello Stato di tutte le risorse disponibili .E' proprio il contrario.

Il fenomeno etico in economia

Una forma di rivoluzione culturale che ha a che fare con i beni comuni, riguarda anche il tentativo di introdurre nella finanza e nel commercio una concezione etica, che fa'intravedere un diverso tipo di sviluppo
Dalle banche etiche alle assicurazioni alternative,dal consumo responsabile al commercio equo e solidale, dal boicottaggio di imprese non etiche alle banche del tempo, dal turismo sostenibile alla tutela dell'ambiente ecc. Vi è ormai una rete di piccole imprese sociali, di pezzi di istituzioni, di enti no profit o di semplici comportamenti collettivi che hanno in comune il fenomeno etico, la solidarietà e l'ecocompatibilità.
Si tratta di comportamenti alternativi che confliggono con un sistema strutturalmente iniquo e con un processo di globalizzazione ad etica zero, avendo come punto di riferimento la salvaguardia di beni comuni come la natura, l'acqua, la terra, l'energia, il lavoro, la comunicazione ed i saperi.
I soggetti di questa "rivoluzione dolce" sono motivati da un senso di giustizia sociale, ma non vanno confusi con il mero volontariato di origine prevalentemente religiosa, pur avendo una larga comunanza di intenti. Le imprese sociali spesso infatti sono in competitività con le altre imprese, e seguono le regole dominanti del mercato, facendo dell'etica soltanto un rilevante valore aggiunto. Regole di mercato che possono a volte per la loro invasività determinarne la crisi od un loro snaturamento.
Oltre all'etica, lo stesso buon senso, che l'economia critica propugna da anni(Attac, Sbilanciamoci,,i libri di D.De Simone di economia alternativa) suggerisce il trasferimento di cespiti dal finanziario speculativo ad un sistema di reddito di cittadinanza che risolverebbe i problemi dell'economia ed insieme quelli del ceto più povero angariato e produttivo. Ma il silenzio e la sostanziale disinformazione sull'argomento è totale.

Un sistema ingiusto

Torniamo realisticamente ai meccanismi che attualmente governano il mondo in modo massivo ed opprimente per le persone: è ancora il Capitale a guidare le vicende umane.
Il lavoro dell'uomo è relegato ad un optional al servizio delle holding e completamente subordinato alle vicende finanziarie. Nonostante alcune lotte locali e progetti di cambiamento in controtendenza tra i quali va ricordata in Italia la raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare a tutela dei beni comuni, la situazione generale non è rosea.
Neanche l'aria può essere considerata bene comune: la si inquina con i veleni prodotti da industrie e crea morte di esseri viventi. Città e paesi sono invasi e colpiti dall' elettrosmog provocato dalle antenne di società telefoniche produttrici di cellulari di nuova generazione, e per istallarle molti condomini vendono alle società le aree comuni. Anche lo spazio aereo non è bene comune, essendo suddiviso scientificamente e controllato da organizzazioni private a servizio dei vari Stati. Tanto che se un piccolo aereo da turismo si azzarda a violare uno spazio altrui rischia di essere abbattuto, legalmente, da un missile di difesa. E che dire dell'inquinamento prodotto dal traffico automobilistico,e dalle discariche sopra le quali volteggiano gabbiani,malati e neri di fuliggine ed ormai diffidenti del mare sempre più povero di pesci. E dei rifiuti tossici che avvelenano l'aria e la terra?
Quanto all'acqua, questo bene è stato ormai mercificato, privatizzato e sfruttato dalle multinazionali .Ed è oggetto di sanguinosi conflitti nei paesi più poveri. Mentre anche in Italia, dopo la legge Galli(36/94) e con l'aiuto "finanziario" dell'Europa, la tendenza è quella di privatizzare e mercificare a favore delle multinazionali.
E che dire della terra, piena di reticolati, muraglie, difese di ogni tipo. Sul territorio del mondo la libera circolazione (bene comune derivato) è diventata un'eccezione, anziché una regola. E forma oggetto di trattati internazionali.
Gli uccelli ed altri animali migrano liberamente in cerca di cibo e di un clima migliore, costruiscono nuovi nidi, , si cibano di nuovi pascoli.
Gli uomini trovano invece solo ostacoli. Se fuggono dalla fame, dalle guerre, dalle persecuzioni, e si mettono in testa di salvarsi varcando la frontiera di un paese ricco e "civile", vengono schedati, chiusi in recinti,umiliati, e spesso rischiano di essere espulsi come clandestini (sinonimo di delinquenti). Per essere rimpatriati coattivamente nelle regioni dalle quali sono fuggiti e dove troveranno sicuramente nuove umiliazioni, il carcere, la fame, la morte.
E i frutti della terra? Intere popolazioni, comunità che ne avevano goduto pacificamente per millenni, ne vengono repentinamente privati da società commerciali che hanno acquistato sulla terra un titolo formale di proprietà per poterne sfruttare liberamente le risorse a fini di profitto.
La perdita o la cancellazione dei beni comuni sono una delle cause di guerre dichiarate o non dichiarate. Si tratta di un fattore tra i tanti, ma non può essere sottovalutato. L'odio generato dalla perdita di ogni bene, di ogni speranza, si coagula contro i paesi più ricchi e che ieri come oggi praticano un sistema economico che risucchia ricchezze e risorse dai paesi più poveri accrescendo sempre di più differenza, povertà e umiliazioni.
Per ultimo va ricordato l'attacco alla conoscenza ed ai saperi sempre più strumentalizzati dall'industria(e dalla "Scienza"), trasformati anch'essi in merci espropriate ai cittadini. Vi sono certamente altre cause, altre ragioni storiche che possono spiegare le differenze, le guerre,la sopraffazione, il terrorismo più feroce ed esteso. Non si tratta di un processo così semplice e lineare. Ma se approfondiamo le cause economiche dell'attuale assetto del mondo, non possiamo scordarci di una cosa così elementare, così semplice e così naturale: l'eclissi del concetto di bene comune, e la lotta crescente per appropriarsi di risorse come il petrolio .
Per quanto riguarda la realtà italiana-dice il sociologo Franco Cassano-va sottolineato il fenomeno della lottizzazione dei partiti; è letteralmente una spartizione, una suddivisione del bene comune, una contraddizione in termini, un paradosso che innesca la crisi del sistema e genera la necessità di restaurare appunto la categoria del bene comune. I beni comuni sono quelli da cui nessuno può essere escluso, esattamente il contrario della proprietà privata, esclusiva."
Ma per fare rinascere il concetto di bene comune, come dice Paul Ginsborg, la democrazia rappresentativa non è più sufficiente, è necessaria la "democrazia partecipata" nella quale la politica è servizio, non carriera.

Le lotte della Val di Susa

Emblematica è la lotta degli abitanti della Val di Susa contro la TAV(progetto Trasporti ad Alta Velocità), in difesa dei beni comuni della valle ( del suo habitat, della vita contrapposta ad uno sviluppo devastante).
Per capire che cosa veramente succede in Val di Susa, sembra utile fare riferimento ad una intervista concessa al settimanale Carta dal sociologo Marco Revelli.
"……C'è stato un processo di conoscenza comune straordinario : la gente ha imparato la democrazia e ha trovato i modi per ostacolare quest'opera folle, che non ha nessun senso nemmeno nella logica perversa dello sviluppo, come ha spiegato perfino il Sole 24 ore. Dicono che la TAV sia strategica, ma sarà pronta solo fra venti anni, quando non sapremo cosa serve veramente. Chi difende la TAV risponde alle lobby, e tra queste lobby ci sono anche le cooperative rosse. Si sta giocando una partita in cui le oligarchie sono contro le popolazioni. E' un processo di "emporwerment", di rafforzamento di potere delle persone contro il Potere dei governanti, che è l'opposto…Il movimento No Tav si è rafforzato per quindici anni ed è decollato negli ultimi mesi. Ha conquistato la valle, ma non tanto per l'influsso culturale di un movimento. Qui non c'è un linguaggio comune per interpretare la propria condizione e organizzare la resistenza. Qui ci si misura con la propria vita e la si interpreta in base ai valori universali. Per questo vengono abbattute le barriere politiche……..Non è vero che il futuro sta nella velocità di spostamento delle merci. Si tratta di marxismo becero, ma dopo "soviet ed elettricità" hanno abbandonato i soviet e hanno sostituito l'elettricità con l'alta velocità. E' vero economicismo. Per questo i montanari resistono. Perché la cultura della montagna conosce i limiti della natura, sa che non si può fare quello che si vuole, che quando il terreno è liscio e ripido bisogna fermarsi. Sa che il passo lento e sicuro è fondamentale, per tenere il fiato".


La difesa della laicità

Rientra nel discorso allargato sui beni comuni anche la difesa della autonoma laicità di una comunità dagli attacchi e dalla ingerenza di un cattolicesimo fondamentalista. I servizi pubblici attuati e difesi in none di una condivisione delle esigenze della maggioranza dei cittadini (come la tutela dei diritti della donna in tema di aborto, di legge 194 e di fecondazione assistita nonchè la libertà laica di stabilire che cosa sia "reato"diverso dal "peccato", assolto con una benedizione ed una indulgenza), sono beni comuni da tutelare.. La comunità degli uomini ha il diritto di pensare "relativo", e questo deve essere "rispettato"non potendo essere attaccato e dissolto da un assolutismo religioso di tipo talebano, foriero di un ritorno al medioevo e di un affossamento della "modernità".
Desta peraltro preoccupazione il fiorire in una certa sinistra, laica nel suo DNA, di una progressiva acquiescenza, forse per fini elettorali, nei confronti della ingerenza cattolica in politica e della prepotenza in fatto di abusi fiscali esercitata dal Vaticano e dagli enti ecclesiastici operanti nel nostro paese.

I dossier A.r.e.s.(Agenzia Ricerca Economico Sociale)

I dossier A.r.e.s. che abbiamo deciso di pubblicare in questo libro, dopo un loro opportuno aggiornamento al presente, aprono degli squarci di società fatti di disgregazione e speranza. Rispecchiano tutti, ora direttamente, ora indirettamente, i modi in cui l'attuale sistema in Italia e nel mondo tende a sradicare completamente le possibilità che i beni comuni possano avere qualche senso.
Dall'acqua e dalla sua progressiva mercificazione, al diritto di asilo costantemente violato o non regolamentato; dalle risorse (bene comune legato alla terra ed alle comunità) oggetto di uno scippo planetario ormai ben visibile e riconosciuto. Si pensi ai cosiddetti paradisi fiscali. Si pensi alle risorse sfruttate con il mantenimento di un potere temporale, perfino dalla Chiesa, che dovrebbe predicare e attuare l'equa distribuzione dei beni tra tutti i popoli della terra, invece di accumulare privilegi. Al diritto alla casa costantemente violato dal prevalere del sistema della rendita, che arricchisce le società immobiliari ed espelle dal mercato i più deboli ( nel caso specifico i migranti).
Dalla violazione della natura e della vita degli animali, con il loro sterminio per fini commerciali (pellicce, zanne ecc.) o la tortura per fini pseudo-scientifici (la vivisezione), alla violazione della vita, della identità e della dignità umana, con la diffusione palese o sommersa di varie forme di tortura in Italia. Dalla energia "sporca" imposta e sfruttata fino al suo limite dalle multinazionali contro la lotta per l'affermarsi di energie pulite a tutela dell'ambiente e gestite democraticamente dai Comuni, alla "conoscenza" sempre più mercificata e sottratta al governo comune.
Alla riduzione, infine, del lavoro umano ad una transitorietà e precarietà, senza speranza nella possibilità di un futuro, di un avvenire per le persone.
Il nostro scopo è quello di evidenziare e approfondire alcuni fenomeni e meccanismi che non devono essere più tollerati e accettati,anche se a volte appare problematico capire quale sia la via più praticabile per liberare e rendere protagoniste le comunità.
Come afferma Paolo Cento, "l'attività di ricerca e di inchiesta fornisce un utile supporto per i movimenti e per le battaglie portate avanti in questi anni (guardando solo all'Italia, da Scanzano alla Val di Susa, dalle lotte per il diritto all'abitare a quella per il reddito di cittadinanza). Il dossier proposto dall'Ares offre un quadro articolato del concetto di bene comune . Non c'è dubbio che tale lavoro non assume un valore accessorio, ma diventa rilevante nell'azione del movimento e della politica in un loro intreccio positivo e fecondo.
Sta a chi leggerà questi testi, a chi nella quotidianità della propria azione contribuisce alla definizione di una tutela dinamica e attiva dei beni comuni, far sì che questo patrimonio di produzione, ricerca e azione costituisca una discriminante "moderna" tra le nuove comunità dell'autogoverno di donne e uomini liberi e il neoliberismo".
E come scrive Bruno Amoroso (Carta Etc.di dicembre 2005), per chi saprà riscoprire l'"acqua calda" della buona vita, del bene comune, producendo le cose di cui c'è bisogno, si aprono grandi prospettive anche sui "mercati mondiali". E si elimina la metà della spesa familiare, e dello Stato, che non è necessaria. Occorre ricominciare a pensare l'economia e la politica partendo dai "piccoli passi", e dalla nostra vita quotidiana.
.La speranza di un cambiamento quindi non è morta, nonostante gli sconvolgimenti provocati da guerre,terrorismo e conseguenti tentativi da parte dei governi di eliminare le libertà individuali, la sentiamo ancora alitare attorno a noi: per i beni comuni lasciare la cantina è ancora possibile.


 
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